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LIBERTA' - Sabato, 4
Febbraio
Con il Maestro Antonino Cirinnà la
musica era solo un pretesto, lui insegnava a vivere
Il
ricordo di un suo allievo nelle lezioni e nelle trasferte adolescenziali
con la banda
L'ultima volta che ci siamo
incontrati, dopo un lungo periodo che non ci vedevamo, deve essere stato
un anno fa. Appena ho messo piede nell'androne ho sentito le note del
pianoforte che giungevano dal primo piano e si spandevano per tutto il
palazzo. Da quando ero ragazzino, ho subito pensato, non era dunque
cambiato nulla.
Sono salito su per le scale,
agilmente, mentre i suoni diventavano via via meno ovattati. Giunto
sulla soglia, però, mi sono bloccato,aspettando che quella melodia
finisse o che si interrompesse in qualche passaggio delicato. Era stato
proprio il maestro a insegnarmelo. Diceva che non bisogna mai
interrompere chi è intento a svolgere qualcosa di importante. Certe
volte a scuola, durante una delle sue ore di lezione dedicate al canto,
capitava che qualcuno ci interrompesse bussando con insistenza e aprendo
la porta. E allora lui, lasciando a mezz'aria il braccio con cui
dirigeva il coro, si voltava verso l'intruso, gli spiegava che aveva
mancato di raffinatezza e lo invitava ad uscire dalla classe,
raccomandandogli di bussare solo dopo che la canzone fosse finita.
Maestro di buone maniere, educazione d'altri tempi.
Le canzoni erano spesso popolari, il
testo in dialetto siciliano. Una ricchezza - diceva - che i giovani
stavano irrimediabilmente perdendo e, giusto per scongiurare quel
pericolo nel nostro immediato futuro, durante le prove della banda
coloriva spesso le sue battute con espressioni in vernacolo, con motti
antichi, con proverbi che rivelavano l'attaccamento alla sua terra e le
radici della sua saggezza popolare. Ma la sua saggezza non era soltanto
popolare. Aveva girato il mondo con la banda dei Carabinieri (nella
quale aveva ricoperto il posto di primo clarinetto), aveva studiato a
Roma in uno dei conservatori più importanti, aveva stretto legami
affettivi e sodalizi culturali con numerosi musicisti e compositori di
fama internazionale. Poi era prevalso l'attaccamento alla Sicilia,
quell'amore incondizionato per la nostra terra, il nostro sole, la
nostra gente.
Ho approfittato di un attimo di pausa
per suonare il campanello. Ho sentito lo sgabello muoversi, poi qualche
passo prima che venisse ad aprirmi la porta. Sembrava di buon umore,
fatto non insolito. Mi ha fatto accomodare e ci siamo seduti in salotto.
Avrei preferito essere ricevuto con meno formalità nella stanza accanto,
nella "stanza della musica", ovvero nel posto che rappresentava il cuore
di tutta la casa: trofei, spartiti metronomi, libri di musicologia, un
pianoforte, qualche leggio. Alle pareti erano affisse alcune foto che lo
ritraevano con le bande che aveva diretto. L'ultima, l'Orfeo,
l'aveva portata a livelli europei nel giro di qualche anno dalla sua
fondazione. "Presi uno ad uno - era solito osservare - siete
semplicemente dei ragazzini, ma nell'insieme raggiungete un'armonia
eccelsa". Aveva perfettamente ragione: eravamo dei quindicenni coi
brufoli, incespicanti di fronte a una lezione di solfeggio, ma quando
suonavamo potevamo competere con i professori delle orchestre. In
Repubblica Ceca, nel 1996, vincemmo la medaglia d'argento nella
categoria massima partecipando a un concorso internazionale. Gli altri
concorrenti erano tutti adulti, diplomati nei conservatori e con decenni
di esperienza alle spalle. Il pezzo di riscaldamento, lo ricordo come
fosse ieri, era l'intermezzo della Cavalleria Rusticana, un'opera
musicata da Mascagni e tratta da una novella del nostro conterraneo
Giovanni Verga. "Sembrate un organo" ci diceva quando voleva fare un
complimento a tutta la banda. Ovviamente si riferiva in primo luogo
all'intonazione, ma c'era anche dell'altro. "Pietro Mascagni - mi aveva
detto una volta - oltre all'orchestra, aveva diretto anche la banda.
Secondo Mascagni - aveva proseguito il maestro, evidentemente non senza
condividere questa opinione - la banda è in grado di creare delle
atmosfere, degli effetti e delle sonorità che l'orchestra sinfonica non
è capace di produrre". Da quel momento avevo capito il perchè del suo
attaccamento alla banda. Era un amore viscerale, profondo, irrazionale.
Tra i vari diplomi accademici
conseguiti al conservatorio Santa Cecilia di Roma, come quello in
Clarinetto e in Composizione, il maestro aveva ottenuto
anche quello in Strumentazione per banda. " C'è una
corrispondenza tra violini e clarinetti - mi diceva pazientemente,
tentando di spiegare come si riscrive per la banda un pezzo ideato per
orchestra - e si tratta di un equilibrio che va rispettato: a x
violini corrispondono y clarinetti, così come a uno strumento
a dell'orchestra corrisponde uno strumento b della banda".
Bastava frequentarlo perchè ti trasmettesse incessantemente qualcosa di
nuovo. Non si trattava necessariamente di conoscenze teoriche, come la
storia della musica o la storia della tragedia greca (che peraltro
conosceva a menadito), ma il più delle volte ti insegnava la vita, il
suo ingarbugliato intrigo, il suo misterioso rivelarsi. La musica era
solo un pretesto. Quando si suonava bisognava essere forti, ambiziosi,
determinati. Ma una volta che ti aveva insegnato ad esserlo durante un
concerto, non potevi fare a meno di esserlo per il resto della vita,
nelle faccende quotidiane. Disciplina ed educazione venivano prima di
ogni cosa. Giacca e cravatta anche in agosto, rispetto per gli altri,
massimo contegno quando si indossava la divisa. Nei paesini in cui si
andava a suonare ci notavano ancora prima che accostassimo gli strumenti
alle labbra. Questo modo di essere, inculcato in noi come una dottrina,
ci lasciava intendere che attraverso l'abnegazione, l'osservanza delle
regole e la volontà si potessero raggiungere i risultati più
insperabili. Un insegnamento che somigliava, per certi aspetti, all'idea
di superuomo, Nietzsche, con il quale il maestro aveva in comune anche
l'amore per la mitologia classica, l'interesse per la tragedia greca -
oltre che per la musica - e l'inclinazione a proiettarsi verso il
futuro, talvolta dispensando dei moniti per certi versi profetici.
A questo proposito, il maestro amava
apostrofarsi come un "precursore dei tempi" dimostrando sempre di
meritare la definizione che lui stesso si era assegnato. Per esempio,
preferiva affidare uno strumento come la tromba alle ragazze. "La tromba
- mi faceva notare - è uno strumento soprano, e il soprano e la voce più
acuta tra quelle femminili. Secondo me tra una ventina d'anni gli
strumenti soprano saranno suonati quasi esclusivamente da donne, perchè
le loro anime corrispondono". Ebbene, ultimamente si vedono sempre più
ragazze suonare trombe e flicorni soprani, mentre fino a qualche anno fa
in molti storcevano il naso visto che erano considerati strumenti da
duri, da maschi. Dopotutto a essere un precursore dei tempi si corre il
rischio che qualche testa di legno non capisca o fraintenda. Il tempo ci
darà ragione se si avvererà completamente anche questa ennesima
"profezia" del maestro.
E a proposito di tempo, non si può
non citare uno dei pensieri - che è anche uno dei suoi insegnamenti -
più belli: "il tempo è galantuomo. Ripaga, sempre".
Giuseppe Raudino |