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Rassegna stampa 2006

LIBERTA' - Sabato, 4 Febbraio

Con il Maestro Antonino Cirinnà la musica era solo un pretesto, lui insegnava a vivere

Il ricordo di un suo allievo nelle lezioni e nelle trasferte adolescenziali con la banda

    L'ultima volta che ci siamo incontrati, dopo un lungo periodo che non ci vedevamo, deve essere stato un anno fa. Appena ho messo piede nell'androne ho sentito le note del pianoforte che giungevano dal primo piano e si spandevano per tutto il palazzo. Da quando ero ragazzino, ho subito pensato, non era dunque cambiato nulla.

    Sono salito su per le scale, agilmente, mentre i suoni diventavano via via meno ovattati. Giunto sulla soglia, però, mi sono bloccato,aspettando che quella melodia finisse o che si interrompesse in qualche passaggio delicato. Era stato proprio il maestro a insegnarmelo. Diceva che non bisogna mai interrompere chi è intento a svolgere qualcosa di importante. Certe volte a scuola, durante una delle sue ore di lezione dedicate al canto, capitava che qualcuno ci interrompesse bussando con insistenza e aprendo la porta. E allora lui, lasciando a mezz'aria il braccio con cui dirigeva il coro, si voltava verso l'intruso, gli spiegava che aveva mancato di raffinatezza e lo invitava ad uscire dalla classe, raccomandandogli di bussare solo dopo che la canzone fosse finita. Maestro di buone maniere, educazione d'altri tempi.

    Le canzoni erano spesso popolari, il testo in dialetto siciliano. Una ricchezza - diceva - che i giovani stavano irrimediabilmente perdendo e, giusto per scongiurare quel pericolo nel nostro immediato futuro, durante le prove della banda coloriva spesso le sue battute con espressioni in vernacolo, con motti antichi, con proverbi che rivelavano l'attaccamento alla sua terra e le radici della sua saggezza popolare. Ma la sua saggezza non era soltanto popolare. Aveva girato il mondo con la banda dei Carabinieri (nella quale aveva ricoperto il posto di primo clarinetto), aveva studiato a Roma in uno dei conservatori più importanti, aveva stretto legami affettivi e sodalizi culturali con numerosi musicisti e compositori di fama internazionale. Poi era prevalso l'attaccamento alla Sicilia, quell'amore incondizionato per la nostra terra, il nostro sole, la nostra gente.

    Ho approfittato di un attimo di pausa per suonare il campanello. Ho sentito lo sgabello muoversi, poi qualche passo prima che venisse ad aprirmi la porta. Sembrava di buon umore, fatto non insolito. Mi ha fatto accomodare e ci siamo seduti in salotto. Avrei preferito essere ricevuto con meno formalità nella stanza accanto, nella "stanza della musica", ovvero nel posto che rappresentava il cuore di tutta la casa: trofei, spartiti metronomi, libri di musicologia, un pianoforte, qualche leggio. Alle pareti erano affisse alcune foto che lo ritraevano con le bande che aveva diretto. L'ultima,  l'Orfeo, l'aveva portata a livelli europei nel giro di qualche anno dalla sua fondazione. "Presi uno ad uno - era solito osservare - siete semplicemente dei ragazzini, ma nell'insieme raggiungete un'armonia eccelsa". Aveva perfettamente ragione: eravamo dei quindicenni coi brufoli, incespicanti di fronte a una lezione di solfeggio, ma quando suonavamo potevamo competere con i professori delle orchestre. In Repubblica Ceca, nel 1996, vincemmo la medaglia d'argento nella categoria massima partecipando a un concorso internazionale. Gli altri concorrenti erano tutti adulti, diplomati nei conservatori e con decenni di esperienza alle spalle. Il pezzo di riscaldamento, lo ricordo come fosse ieri, era l'intermezzo della Cavalleria Rusticana, un'opera musicata da Mascagni e tratta da una novella del nostro conterraneo Giovanni Verga. "Sembrate un organo" ci diceva quando voleva fare un complimento a tutta la banda. Ovviamente si riferiva in primo luogo all'intonazione, ma c'era anche dell'altro. "Pietro Mascagni - mi aveva detto una volta - oltre all'orchestra, aveva diretto anche la banda. Secondo Mascagni - aveva proseguito il maestro, evidentemente non senza condividere questa opinione - la banda è in grado di creare delle atmosfere, degli effetti e delle sonorità che l'orchestra sinfonica non è capace di produrre". Da quel momento avevo capito il perchè del suo attaccamento alla banda. Era un amore viscerale, profondo, irrazionale.

    Tra i vari diplomi accademici conseguiti al conservatorio Santa Cecilia di Roma, come quello in Clarinetto e in Composizione, il maestro aveva ottenuto  anche quello in Strumentazione per banda. " C'è una corrispondenza tra violini e clarinetti - mi diceva pazientemente, tentando di spiegare come si riscrive per la banda un pezzo ideato per orchestra - e si tratta di un equilibrio che va rispettato: a x violini corrispondono y clarinetti, così come a uno strumento a dell'orchestra corrisponde uno strumento b della banda". Bastava frequentarlo perchè ti trasmettesse incessantemente qualcosa di nuovo. Non si trattava necessariamente di conoscenze teoriche, come la storia della musica o la storia della tragedia greca (che peraltro conosceva a menadito), ma il più delle volte ti insegnava la vita, il suo ingarbugliato intrigo, il suo misterioso rivelarsi. La musica era solo un pretesto. Quando si suonava bisognava essere forti, ambiziosi, determinati. Ma una volta che ti aveva insegnato ad esserlo durante un concerto, non potevi fare a meno di esserlo per il resto della vita, nelle faccende quotidiane. Disciplina ed educazione venivano prima di ogni cosa. Giacca e cravatta anche in agosto, rispetto per gli altri, massimo contegno quando si indossava la divisa. Nei paesini in cui si andava a suonare ci notavano ancora prima che accostassimo gli strumenti alle labbra. Questo modo di essere, inculcato in noi come una dottrina, ci lasciava intendere che attraverso l'abnegazione, l'osservanza delle regole e la volontà si potessero raggiungere i risultati più insperabili. Un insegnamento che somigliava, per certi aspetti, all'idea di superuomo, Nietzsche, con il quale il maestro aveva in comune anche l'amore per la mitologia classica, l'interesse per la tragedia greca - oltre che per la musica - e l'inclinazione a proiettarsi verso il futuro, talvolta dispensando dei moniti per certi versi profetici.

    A questo proposito, il maestro amava apostrofarsi come un "precursore dei tempi" dimostrando sempre di meritare la definizione che lui stesso si era assegnato. Per esempio, preferiva affidare uno strumento come la tromba alle ragazze. "La tromba - mi faceva notare - è uno strumento soprano, e il soprano e la voce più acuta tra quelle femminili. Secondo me tra una ventina d'anni gli strumenti soprano saranno suonati quasi esclusivamente da donne, perchè le loro anime corrispondono". Ebbene, ultimamente si vedono sempre più ragazze suonare trombe e flicorni soprani, mentre fino a qualche anno fa in molti storcevano il naso visto che erano considerati strumenti da duri, da maschi. Dopotutto a essere un precursore dei tempi si corre il rischio che qualche testa di legno non capisca o fraintenda. Il tempo ci darà ragione se si avvererà completamente anche questa ennesima "profezia" del maestro.

    E a proposito di tempo, non si può non citare uno dei pensieri - che è anche uno dei suoi insegnamenti - più belli: "il tempo è galantuomo. Ripaga, sempre".

Giuseppe Raudino